• Alessandra Celentano

Come comunicare con i propri figli con l'intelligenza emotiva

“La chiave per essere genitori di successo non si trova in teorie complesse, in regole familiari elaborate o in contorte formule comportamentali. Essa si trova nei sentimenti più profondi di amore e di affetto per i/le figli/e, e si dimostra semplicemente, attraverso l’empatia e la comprensione. Una buona educazione dei/delle figli/e comincia dal cuore dei genitori, e poi continua, momento per momento, nello stare vicini ai/alle figli/e quando la tensione emotiva cresce, quando essi/e sono tristi, arrabbiati/e o spaventati/e. L’essenza dell’essere genitori consiste nell’esserci in un modo particolare, quando esserci conta davvero”

(J. Gottman).


Si parla sempre più spesso di Intelligenza Emotiva come risolutiva, fondamentale per vivere un maggiore benessere, e preventiva per situazioni di disagio e di disturbi psicologici. Ma cos'è l'intelligenza emotiva dove si apprende e perchè è valutata così positivamente? Come può essere utilizzata dai genitori?

L'intelligenza emotiva è un aspetto dell'intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le emozioni proprie e altrui (Salovey e Mayer,1990; Goleman,1995; Sternberg,1996).

L’intelligenza emotiva riflette dunque un’altra accezione del concetto di cosa significhi “essere intelligente”, relativo alla capacità di essere in contatto con il proprio mondo interno. Valutando che tenere a freno un impulso, avere consapevolezza delle proprie emozioni, leggere gli stati d’animo altrui e gestire le emozioni implicate nella relazione con gli altri possa facilitare le relazioni, vivere meno lo stress, preservarsi da disturbi reattivi e saper gestire i conflitti.

I/le figli/e di oggi vengono sempre prima a contatto con realtà difficili per loro o che necessitano di mediazione da parte degli adulti: pensiamo ai casi di violenza, al bullismo, al numero crescente di suicidi, alle sostanze stupefacenti… Spesso nel mio lavoro incontro genitori che lamentano di avere armi spuntate verso il mondo esterno così perverso e pericoloso ma uno degli strumenti fondamentali che i genitori hanno è la comunicazione. Ciò che fa la differenza è il modo in cui i genitori interagiscono con i/le figli/e quando le emozioni diventano intense (J. Gottman). Quando i genitori hanno un atteggiamento empatico e aiutano i/le propri/e figli/e a riconoscere e gestire i sentimenti incentivano la costruzione di un legame basato sulla lealtà e l’attaccamento. Il senso di responsabilità e l’obbedienza derivano dall’affetto e dal legame che il/la figlio/a percepisce all’interno del nucleo familiare.


Gottman, ha lavorato a lungo sul tema dell'intelligenza emotiva e sula figura del “genitore allenatore”; propone un percorso che chiama “allenamento emotivo” rivolto ai genitori che vogliono incrementare la propria competenza emotiva.


Il percorso avviene in 5 fasi secondo le quali il genitore:


  • Diventa consapevole dell’emozione del/della bambino/a

  • Riconosce in quell’emozione un’opportunità di intimità e di insegnamento

  • Ascolta con empatia e convalida i sentimenti del/della bambino/a

  • Aiuta il/la bambino/a a trovare le parole per definire le emozioni che sta provando

  • Pone dei limiti mentre esplora le strategie per risolvere il problema in questione.


Un esempio su tutti dove è utile utilizzare questa modalità è durante i momenti di rabbia dei bambini (che spesso viene trattata come capriccio), momento di forte frustrazione per i/le bambini/e che ne sono preda e per i genitori incapaci, sul momento, di arginare e contenere il/la bambino/a. Il genitore allenatore “diventa consapevole dell’emozione del/della bambino/a”, quindi riconosce l'emozione che pervade il/la bambino/a, arrabbiat*, triste, frustrat* ecc. Questo implica che i genitori per primi debbano avere la capacità di leggere e riconoscere le proprie emozioni anche per “riconosce in quell’emozione un’opportunità di intimità e di insegnamento” e di vicinanza con il proprio bambin*, avendo cura e desiderio di affrontare insieme quel momento. Gottman, poi, ritiene che il genitore allenatore “ascolta con empatia e convalida i sentimenti del/della bambino/a”, ciò significa che restituisce al bambin* ciò che vede e sente, non sminuisce i sentimenti del/la bambin* ne li svaluta ma lo/a rispecchia. Il genitore allenatore poi “aiuta il/la bambino/a a trovare le parole per definire le emozioni che sta provando” da un nome a quell'emozione, definendola e lasciando il tempo, al piccolo/la, di riconoscerne le caratteristiche, senza distrarl* o svalutare ciò che sente. Una volta che il genitore ha ascoltato il/la figli* intraprende la soluzione del problema e “pone dei limiti mentre esplora le strategie per risolvere il problema in questione”, facendo sentire al/la bambin* che non ci sono emozioni intollerabili o inaccettabili ma possono esserci dei comportamenti che vanno cambiati perchè stare meglio è possibile.


Figli/e che hanno genitori che mettono in pratica questo tipo di interazione hanno una migliore salute fisica, raggiungono risultati migliori a scuola, hanno rapporti migliori con i coetanei, sono meno soggetti a reazioni violente e sperimentano un numero minore di sensazioni negative. Insomma, sono più emotivamente intelligenti. Attenzione: anche I figli allenati emotivamente sono tristi o arrabbiati, ma hanno una maggiore capacità di ritrovare la calma, riprendersi dalle delusioni e perseverare nelle attività sane.

Secondo Gottman il fondamento essenziale alla base de “l’allenamento emotivo” è una buona capacità empatica dei genitori. Quando si parla di empatia genitoriale si intende la capacità dei genitori di mettersi nei panni dei/delle figli/e. Quando i/le figli/e si sentono ascoltati/e, compresi/e e appoggiati/e non si sentono da soli/e ma percepiscono i genitori dalla loro parte. Nel momento in cui i/le figli/e sentono che i genitori sostengono i loro obiettivi e ne riconosco i sentimenti, saranno maggiormente disposti/e a farli entrare nel loro mondo, gli parleranno di loro stessi/e e non avranno timore di esprimere la loro opinione. I/le figli/e saranno meno riservati/e e si fideranno di più dei genitori.

Partendo da questo assunto è intutitivo e corroborato da molteplici ricerche l'efficacia che l'intelligenza emotiva ha in tutto l'arco della vita. Si pensi, ad esempio, alla possibilità di gestire i conflitti efficacemente nei diversi contesti, famigliare, lavorativo, scolastico ecc. Le ripercussioni in questo senso sarebbero molteplici e virtuose per la nostra società. Non rimane che iniziare ad utilizzarla. Se volete sapere di più su questo argomento potete scrivermi o contattarmi sarò lieta di aiutare e sostenere il vostro allenamento emotivo.

In conclusione, voglio rassicurare il "lettore genitore" sul fatto che questa pratica non è così complessa come può sembrare e la fatica per allenarsi e sintonizzarsi emotivamente sulle proprie ed altrui emozioni sarà solo iniziale, diventerà, infatti, una modalità intrinseca e automatica. La relazione ne beneficia, così come i momenti dove le mozioni si fanno più intense, i/le vostr* figli* impareranno ben presto a leggere le emozioni e a gestirle, impareranno, dunque, a comunicare più efficacemente.

Un esempio di genitore allenatore:


Diane: Mettiti la giacca, Joshua. E’ ora di andare.

Joshua: No! Non voglio andare all’asilo.

Diane: Non ci vuoi andare? Perché?

Joshua: Perché voglio stare a casa con te.

Diane: Davvero?

Joshua: Sì. Voglio stare a casa.

Diane: Caspita! Penso di capire come ti senti. Ci sono certe mattine che vorrei anch’io rimanere con te, accoccolati in poltrona a guardare i libri insieme, invece di uscire di casa. Ma, sai una cosa? Ho dato la parola a quelli del mio ufficio che sarei stata lì alle nove. E non posso mancare alla parola.

Joshua: (mettendosi a piangere). Ma perché no? Non è giusto. Io non ci voglio andare.

Diane: Vieni qui Josh. (Lo prende in braccio). Mi spiace, amore, ma non possiamo rimanere a casa. Scommetto che è questo che ti fa arrabbiare, vero?

Joshua: (annuendo) .

Diane: E sei anche un po’ triste, eh?

Joshua: Sì.

Diane: Anch’io sono un po’ triste (Lo lascia piangere per un po’, continuando a tenerlo stretto e lasciando che sfoghi le lacrime). Senti che cosa facciamo. Pensiamo a domani, quando non dovremo andare al lavoro e all’asilo. Domani potremo trascorrere tutta la giornata insieme. Perché non pensi a qualcosa di speciale che ti piacerebbe fare domani?

Joshua: Possiamo mangiare le frittelle e guardare i cartoni?

Diane: Certo! Sarebbe una grande idea. Nient’altro?

Joshua: Posso portare anche il carrettino al parco?

Diane: Perché no?

Joshua: E può venire anche Kyle?

Diane: Forse. Però dobbiamo chiederlo alla sua mamma. Ma adesso è ora di andare, d’accordo?

Joshua: Vabbè.


Tratto da “Intelligenza emotiva per un figlio” di John Gottman

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